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Racconti di viaggio le vacanze di Piermichele

9 Feb 2018

Racconti di viaggio le vacanze di Piermichele

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Per arrivare da Cagliari a Kathmandu ci sono volute circa 16 ore e due scali in aeroporto. 7000 km di viaggio con l’obiettivo di salire sulle cime himalayane che avevo solo immaginato. Kathmandu è stata il nostro primo frettoloso passo in Asia, poche ore la sera e una nottata passate con l’impazienza di raggiungere il punto di partenza del nostro trekking. Partenza alle 7.00 e arrivo alle 17.00. 10 ore su una jeep che barcollava sugli strapiombi delle montagne e un centinaio di chilometri di sterrato dopo, finalmente l’arrivo a Syabru Besi, un villaggio che nel clima mi ha subito ricordato le città di frontiera nel far west dei film: gente che va, gente che viene e forestieri pronti a lasciarsi alle spalle la civiltà. Prima nottata in una guesthouse e primo impatto con la natura segnato da un terremoto che ha svegliato me e mio fratello; il Nepal che ci augurava buon viaggio, per interpretarlo con cieco ottimismo.

 

Nonostante tutto nottata superata e la mattina inizia il nostro viaggio per la valle del Langtang, meno turistica di altri percorsi e nostro obiettivo programmato. Destinazione Lama Hotel, circa quindici chilometri in salita tra i monti costeggiando il Langtang Khola, il fiume che dalla cima dei ghiacciai arriva a valle e che ci avrebbe accompagnato per tutta la giornata. Nel percorso uno spettacolo incredibile, tra villaggi demoliti, accampamenti rudimentali in cui il tempo sembrava essersi fermato e una natura che dominava costantemente la scena. Due tappe per riposarci a Bamboo e Rimche, e dopo una giornata di cammino e 1000mt di dislivello eravamo a Lama Hotel. Seconda guesthouse e ancora un passo indietro nel tempo: nessuna illuminazione, fuoco al centro della stanza e tutti i viandanti radunati nel salone a raccontarsi dei propri viaggi e sfidare il padrone di casa a carte, senza effettivamente capire le regole del gioco ma con discreti risultati.

 

Nottata a letto per riprendere le forze, e di mattino presto già ripartivamo per la seconda tappa, il villaggio di Langtang.

 

Svolta inaspettata del viaggio è stato l’ottimo rapporto stretto con il nostro sherpa Sushanta, che ci ha permesso di cogliere le sfumature della quotidianità su quelle montagne. La distanza con i nostri bisogni “occidentali” ci portava a interpretarla come una vita povera e di stenti, ma avremmo capito successivamente quanto fossimo in errore. E’ una delle cose che più tengo a mente del mio viaggio, l’aver visto come tutti, su un posto così inaccessibile e lontano, possano essere soddisfatti da una vita tanto semplice.

 

L’arrivo a Langtang è stato un altro colpo di scena: il vecchio villaggio era sepolto sotto le macerie di un vecchio terremoto, completamente spazzato via e sostituito da un canyon tra le montagne in cui la vegetazione ha lasciato spazio a un tappeto di roccia lungo un chilometro, un paesaggio che incute una riverenza e un rispetto da lasciare senza fiato. Nuovo villaggio, 5 o 6 case e una ventina di anime, una nuova guesthouse e un’altra nottata di riposo prima di riprendere il cammino. Siamo arrivati a Kyanjin Gompa a fine mattinata, con l’intento di toccare nel pomeriggio il punto più alto del nostro trekking: Kyanjin Ri, 4750 metri raggiunti dopo 900 di ascesa in cui la mancanza di ossigeno iniziava a farsi sentire e le pause si facevano sempre più frequenti. Ma in un paio d’ore e con un po’ di pazienza abbiamo potuto ammirare uno spettacolo maestoso, con i laghi e i fiumi congelati che stavano immobili sotto di noi e i ghiacciai e le cime innevate a circondarci. Una fotografia difficile da togliersi dalla testa.

 

La discesa è stato quasi un momento di ritorno alla normalità, dopo essere stati per qualche ora lassù.

 

Da li in poi un paio di giorni per tornare indietro fino a Lama Hotel e Bamboo, e poi destinazione Tulo Syaphru per un percorso totalmente in verticale, con poche soste e il bisogno di arrivare prima di notte al villaggio. Passaggio obbligato sono stati una serie di ponti nepalesi, quelli traballanti dei film, per attraversare una vallata tra i boschi. Gli alberi si facevano sempre più fitti, e noi andavamo con gli occhi ben aperti per riuscire a fotografare il Panda Rosso, una specie in via d’estinzione che vive solo tra quelle montagne, ma che per questa volta non siamo riusciti a trovare. Al suo posto, a Tulo Syaphru siamo stati in compagnia di qualche ragno un po’ troppo cresciuto, che ci ha fatto passare una notte con gli occhi ben aperti. Ultimi due giorni di trekking per arrivare a Dunche, ultima tappa da cui saremmo poi tornati a Kathmandu per scoprire la vita metropolitana della capitale, e trascorrere gli ultimi due giorni in Asia.

 

Il viaggio di ritorno è stato lungo, e il pensiero delle montagne che lasciavo dietro di me mi faceva già pensare che prima o poi sarei voluto tornare, ma dopo aver ammirato l’Everest, e dopo essere salito così in alto sull’Himalaya, posso almeno dire di aver messo una spunta sulla lista dei viaggi, in attesa del prossimo.

 

 

 

It took us around 16 hours and two airport stopovers to reach Kathmandu from Cagliari. A 7000-km journey to reach those Himalayan peaks I had only imagined. Kathmandu was our first quick step on Asian soil, few hours in the evening and a night spent eagerly waiting to reach the starting point of our trekking. We left at 7.00 a.m. and arrived at 5.00 p.m. After 10 hours on a jeep that tottered along cliff edges and a hundred kilometres on a dirt track, we finally arrived in Syabru Besi, a village whose climate made me think from the beginning of frontier towns in western movies: people coming and going and foreigners ready to put civilization behind their backs. Our first night in a guesthouse and our first contact with nature was marked by an earthquake that woke me and my brother up; that was Nepal wishing us a happy holiday, if we want to interpret it with blind optimism.

 

We made it through the night though, and in the morning we started our journey to Langtang Valley, a less touristic route that was our ultimate destination. Our next stop was the Lama Hotel, a fifteen-kilometre climb up the mountains around Langtang Khola, the river that flows from the icy summit down into the valley, which was to be our companion for the whole day. During our walk the view was spectacular; we saw villages in ruins, primitive gatherings of people where time seemed to have stopped and nature ruled over the entire scene. We stopped twice to rest at Bamboo and Rimche and, after a day’s walk and a climb of 1000 metres, we reached the Lama Hotel. Our second guesthouse was again a step back in time; no lights, a fire in the middle of the room and wayfarers gathered in the living room talking about their journeys and challenging the host with card games. Although they did not quite understand the rules, they fared reasonably well.

 

The night was spent resting to regain strength and early in the morning we left to reach our second destination, the village of Langtang.

 

An unexpected twist of the journey was the great relationship we established with our sherpa Sushanta, who led us to notice the various forms of everyday life during our walk through the mountains. The distance between that life and our “western” needs brought us to believe that it was a life of hardship, but we were soon proved wrong. This is one of the things that most stuck in my head, seeing how everyone can be satisfied with such a simple life, even in such a remote and inaccessible place.

 

The arrival at Langtang represented another unexpected twist: the old village had been buried under its own ruins following an earthquake. It had been destroyed completely and there was now a canyon in its place between the mountains, the vegetation having been replaced by a one-kilometre-long expanse of rock. The landscape aroused feelings of reverence and respect that left you speechless. Another village, 5 or 6 houses and around twenty souls, another guesthouse and another night to rest before our next destination. We arrived at Kyanjin Gompa late in the morning, with the aim of reaching the highest point of our trekking in the afternoon: Kyanjin Ri, 4750 metres high that we reached after a climb of 900 metres where the lack of oxygen started to be perceivable and breaks became more and more frequent. However, after a couple of hours and some patience we were able to admire a spectacular landscape, with icy lakes and rivers lying silently below us and glaciers and snowy peaks surrounding us. An image hard to delete from one’s head.

 

Going back down was like going back to reality, after having spent some hours up there.

 

It took us a couple of days to get back to the Lama Hotel and to Bamboo, then we moved towards Tulo Syaphru and a very steep climb with few breaks and a target to reach the village before nightfall. We also came across various Nepalese bridges, the wobbly ones you normally see in movies. One of them crossed a bushy valley and, as trees got thicker and thicker, we walked with our eyes wide open hoping to take a picture of a Red Panda, a species in danger of extinction which lives exclusively in these mountains; unfortunately, on that occasion we didn’t manage to see one. Instead, in Tulo Syaphru we enjoyed the company of some oversized spiders that forced us to spend the night with our eyes wide open. We spent our last two days of trekking walking towards Dunche, our last destination before starting our return journey to Kathmandu. We experienced the life of the capital and we spent our last two days in Asia there.

 

The return journey was a long one and the thought of the mountains I was leaving behind made me realize I wanted to go back, sooner or later. After admiring Mount Everest and climbing so high in the Himalayas, I can at least say I ticked one trip off my bucket list and I‘m looking forward to the next one.

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